Domenica delle Palme Anno A

Domenica delle Palme Anno A

 

Dal vangelo secondo Matteo

 

Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». 44Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo. A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito. Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!» (27,35-54).

 

Davvero costui era Figlio di Dio


Su tutte le letture liturgiche di questa domenica campeggia  il grande racconto della passione di Gesù secondo Matteo. Non  possiamo certo qui commentarlo in tutte le sue parti, ci accontentiamo di alcune annotazioni sulla crocifissione, quella sofferenza che allora bruciò nella passione di Gesù e oggi brucia nelle croci innumerevoli dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli. Questa è la settimana della suprema vicinanza, vi entriamo come cercatori d’oro.

«Se sei Figlio di Dio» (27,40.43.44) come nella tentazione (4,3.6)  anche sulla Croce è in gioco la filiazione divina di Gesù. Una filiazione negata e svelata, e che proprio per la ragione per cui è negata  mostra la sua novità. Tutti, anche coloro che lo negano, riconoscono che Gesù ha preteso una filiazione che si è espressa nella totale  consegna alla volontà del Padre, non in concorrenza con essa. Gli  stessi sacerdoti dicono, citando il Salmo 22: «Ha confidato in Dio»  (27,43). Il verbo greco adoperato da Matteo dice l'obbedienza fiduciosa, l'abbandono, l'atteggiamento di chi pone la propria vita nelle  mani di un altro. Il tempo perfetto dice, poi, la stabilità: Gesù ha  sempre, in tutta la sua vita, posto la propria fiducia in Dio. Porre  la propria vita nelle mani di un altro è la manifestazione più alta  della dipendenza. Così Gesù ha espresso la sua coscienza di essere Figlio: non nella ricerca e nell'affermazione di una grandezza  concentrata su se stesso, rivendicata in concorrenza col Padre, ma  in una grandezza tutta sospesa all'ascolto del Padre, tutta rivolta  al Padre. La filiazione di Gesù rinvia al Padre.  

I sacerdoti dunque, senza volerlo, manifestano la profonda verità di Gesù. E mostrano profondità d'intuizione legando insieme  la sua fiducia nel Padre e la sua pretesa di essere Figlio (27,43).  Sbagliano però il modo di guardare la Croce. Per loro è il momento  in cui il Padre deve — se davvero è suo Padre! — rispondere alla  fiducia del Figlio, venendo in suo soccorso. Invece è il momento  in cui il Figlio mostra tutta la sua fiducia nel Padre. Il Padre risponderà, ma dopo.  
Gesù muore sulla Croce assaporando sino in fondo l'abbandono.  Ma appena morto la prospettiva si rovescia. La luce scaturisce solo  dopo che le tenebre divennero più fitte (27,45). Due segni testimoniano che la morte di Gesù è salvezza. Il primo è il velo del tempio  che si lacera (27,51), il secondo è il riconoscimento della filiazione  divina di Gesù da parte dei soldati pagani (27,54).  

Il giudizio dei passanti e dei sacerdoti era, dunque, falso. La lacerazione del velo del tempio è una risposta alla derisione dei passanti: il tempio è davvero finito e una prospettiva nuova si apre. E il riconoscimento dei soldati è una risposta alle derisioni dei sacerdoti.
Gesù è davvero il Figlio di Dio — proprio perché è rimasto sulla Croce anziché scendere — e mentre i giudei lo rifiutano, i pagani lo riconoscono. I pagani vedono ciò che i giudei non vedono (Maggioni). 

 

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