XIV Domenica Tempo Ordinario Anno A

XIV Domenica Tempo Ordinario Anno A

 

Dal vangelo secondo Matteo


In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (11,25-30).

Gesù offre ristoro al nostro cuore stanco 


La prima lettura (Zc 9,9-10) ci introduce nel tema liturgico offerto oggi dalla parola di Dio:  anche quando ti senti smarrito e solo fidarsi di Dio, abbandonarsi in lui, porta pace e serenità al cuore. Zaccaria ci racconta la situazione del suo popolo dopo il ritorno dall'esilio, verso il 520 a. C. I Giudei si sentono scoraggiati. La speranza di una restaurazione gloriosa del Regno è scomparsa, Gerusalemme è soltanto un piccolo capoluogo dell'immenso impero persiano. Per ridare fiducia, Zaccaria descrive, in termini surrealisti, l'azione di Dio che continua nel mondo. Richiama la promessa di un Messia che farà nascere un nuovo universo. Ma, presenta questo Messia come un umile re che procede su di un asino in mezzo al suo popolo. Il regno che viene a instaurare è totalmente diverso dagli imperi umani. È il regno dei semplici di cuore.
Questo annuncio cozza contro la nostra cultura: invasi dalla pubblicità si fa gara a presentare, ad apparire nelle fogge più strane per impressionare; il Regno è un segreto di amore diffuso nel mondo a partire dall’evento più anti pubblicitario che esista: la croce. E’ un messaggio che ci lascia alquanto freddi e perplessi, pervasi come siamo dalla propaganda delle sirene del progresso e della esposizione.
Nel testo evangelico, il versetto 25 inizia affermando che Gesù reagisce con la preghiera (“Ti benedico, Padre”) a quanto narrato precedentemente: nel capitolo undicesimo infatti emerge la constatazione dello scarso interesse suscitato dalla sua persona, il dubbio che nasce dalla sua predicazione e dalle sue opere: “sei tu Colui che deve venire…” (cf. Mt 11,1-24).

È un periodo di insuccessi per il ministero di Gesù: contestato dall'istituzione religiosa, rifiutato dalle città attorno al lago (Corozain e Betsaida), da una generazione superficiale che Gesù non esita a definire «di bambini», egli ha improvvisamente come un sussulto di stupore, gli si apre davanti uno squarcio inatteso, un capovolgimento: Padre, ho capito e ti rendo lode. Attorno a Gesù si era creato il vuoto: si erano allontanati i grandi, i sapienti, gli scribi, i sacerdoti ed ecco che il posto lo riempiono i piccoli: poveri, malati, vedove, bambini, i preferiti da Dio.

Gesù integra nella preghiera l’insuccesso, mette tutto davanti al Padre e conferma il suo “sì”, il suo “amen”, la sua decisione irrevocabile di adesione a Lui. Il suo “sì” al Padre non è condizionato dal successo della sua missione, ma è un’adesione radicale che anche situazioni sfavorevoli o contraddittorie non intaccano.

Gesù fa un ulteriore passo avanti. “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”, non un nuovo sistema di pensiero, non una morale migliore, ma il ristoro, il conforto del vivere.
 
“Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”: mite,
Gesù respinge qui l’uso della forza nello stabilire il regno di Dio, è un «re mendicante» (Lutero); umile nel cuore, cioè di fronte a Dio, completamente rimesso a lui. E’ da notare che queste non sono esortazioni per acquisire un’etica delle opere, ma sono inviti a farsi piccoli come il bambino posto in mezzo al gruppo dei discepoli (Mt 18,1-5). Non a farsi più piccoli di quello che si è, ma a sapere, appunto come il bambino, quanto effettivamente si è piccoli di fronte a Dio.

“Prendete il mio giogo”: Prendete su di voi l'amore, che è un re leggero, un tiranno amabile, che non colpisce mai ciò che è al cuore dell'uomo, non vieta mai ciò che all'uomo dà gioia e vita, ma è instancabile nel generare, curare, rimettere in cammino. Cos'è l'amore? È ossigeno. Che se la vita si è fermata, la attende, la impregna di sé e le ridona respiro.