IV Domenica di Pasqua Anno A

IV Domenica di Pasqua Anno A

 

Dal vangelo secondo Giovanni

 

«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (10,1-10) .


Gesù si presenta come il pastore dell’umanità


La quarta domenica di Pasqua contempla il Risorto quale pastore della chiesa. Il pastore indica al gregge la via da percorrere, la via che la chiesa deve seguire. Via che, secondo la prima lettura (At 2.14.36-41) si chiama conversione. Dello stesso tenore è anche la seconda lettura (1Pt 2,20-25) che termina: «Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime».

Conseguenza della conversione è la sequela, frutto di una vocazione («Egli chiama le sue pecore»), chiamata personale e specifica («per nome»). La sequela implica un'appartenenza, le pecore sono sue, ed  esige un ascolto: «Ascoltano la sua voce». Chiamata, appartenenza e ascolto costituiscono i tratti della comunità che cammina insieme con Gesù. Naturalmente tutto questo richiede il netto rifiuto di ogni altro pastore e di ogni altro maestro: «un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui». Dunque io sono un chiamato, con il mio nome unico, pronunciato da lui come nessun altro sa fare; tutta la mia persona è al sicuro con lui.

«Io sono la porta delle pecore»: mentre parla, Gesù forse sta guardando gli Ebrei che attraversano la porta delle pecore ed entrano nel cortile del tempio per incontrare il Signore nelle preghiere. Con una arditezza quasi blasfema per i Giudei, egli esclama: sono io la porta delle pecore. Egli si propone quindi come il nuovo Tempio in cui si entra in comunione con Dio. Cristo è soglia spalancata che immette nella terra dell'amore leale, più forte della morte, più forte di tutte le prigioni: si potrà entrare e uscire liberamente. Il nostro non è un Dio dai recinti chiusi ma dagli spazi aperti, di liberi pascoli. E nessuno è discepolo se non passa attraverso Gesù ed entra nella sua comunità. Come si vede, Gesù è al centro, sia dell'autorità che in suo nome governa, sia dei fedeli che in comunione con lui possono appartenere veramente al popolo di Dio.

Il brano evangelico ci suggerisce un’altra riflessione. Osserviamo i verbi di questa pericope: «entrare» indica la comunione, «ascoltare» suppone l’adesione della fede, «condurre» delinea la sicurezza della guida, «camminare-seguire» suggerisce la vicinanza anche quando la vita attraversa momenti di oscurità, «conoscere» è il vertice dell’abbandono nella fiducia e nell’amore. Questi verbi indicano un abbozzo dell’esperienza cristiana nelle sue strutture fondamentali che si possono riscontrare in questa confessione del filosofo Bergson: «Le centinaia di libri che ho letto non mi hanno procurato tanta luce e conforto quanto i versi del Salmo 23: Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla; anche se dovessi passare in un burrone di tenebre, non temerei alcun male perché tu sei con me».

«Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza»: l'asse attorno al quale ruota, danza il vangelo è la pienezza di vita, da parte di un Dio che, un verso bellissimo di Giuseppe Centore, canta così: «Tu sei per me ciò ch'è la primavera per i fiori!».