IV DOMENICA DI PASQUA

Gesù sta già chiamando la nuova umanità

Dal Vangelo secondo Giovanni

 

«Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola» (10,27-30).

Gesù sta già chiamando la nuova umanità

L’accento della quarta domenica di Pasqua cade su Gesù pastore. Ascolto, conoscenza e sequela sono gli atteggiamenti che Gesù richiama nei confronti con le “pecore”; atteggiamenti costitutivi della fede. Dunque Gesù definisce con tre verbi l’identità del suo discepolo: “ascoltare”, “conoscere”, “seguire”.

“Ascoltano la mia voce…”. È bello il termine che Gesù sceglie: la voce. Prima ancora delle cose dette conta la voce, che è il canto dell'essere. Riconoscere una voce vuol dire intimità, frequentazione, racconta di una persona che già abita dentro di te, desiderata come l'amata del Cantico. «Una voce! L’amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline» (Ct 2,8). Perché il pastore non si impone, non detta comandi, si propone; perché quella voce parla al cuore, e risponde alle domande più profonde di ogni vita.

“… io conosco le mie pecore”: Gesù conosce cosa abita nel cuore. La samaritana al pozzo aveva detto: “venite, c'è uno che mi ha detto tutto di me”. Bellissima definizione del Signore: Colui che dice il tutto dell'uomo, che risponde ai perché ultimi dell'esistenza. Conoscere: è il verbo dell’intimità, della relazione. Conoscere e ascoltare sono verbi che indicano un dialogo profondo, una comunione nell’esistenza, non soltanto nelle idee. La comunione fra Gesù e i suoi discepoli coinvolge l’uomo intero: idee, amore, comportamento.

“…e mi seguono”: non dice, mi obbediscono. Obbedire è “sottomettersi a” un altro. Seguire è “vivere con” un altro. In questo caso, come hanno fatto i discepoli di Gesù, è vivere con lui e come lui. Percorrere la stessa strada di Gesù, uscire dal labirinto del non senso, vivere non come esecutori di ordini, ma come scopritori di strade. Non è la relazione del discepolo con il Rabbino, che si riduce ad imitare costumi e norme, ma è l’adesione che fonde la vita con quella dell’altro.

«Nessuno le strapperà dalla mia mano». La vita eterna è un posto fra le mani di Dio. Potremmo accostare l’espressione giovannea secondo cui nessuno può rapire il credente dalla mano del Padre all’espressione paolina che dice: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? … Né morte, né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,35.38-39). Rimanendo in quell’amore si fa esperienza del dono della vita che viene da Dio e della comunione con lui.
Cosa promette il pastore ai suoi discepoli è definito da tre verbi:

«Dono la vita eterna»: non è una vita che ha la durata infinita, no, è la vita dell’Eterno. Abbiamo due vite, una che perisce e l’altra che si sviluppa e esplode in pienezza alla fine della vita biologica. Fermiamo ora tutta la nostra attenzione su quanto Gesù fa per noi: io do loro la vita eterna. Il pastore buono mette al centro della religione non quello che io faccio per lui, ma quello che lui fa per me. Al cuore del cristianesimo non è posto il mio comportamento o la mia etica, ma l’azione di Dio. La vita cristiana non si fonda sul dovere, ma sul dono: vita di Dio riversata dentro di me, prima ancora che io faccia niente.

«Non andranno mai perdute»: Non potranno in alcun modo perire. Non perirà nulla dell’amore che farà crescere la vita del Figlio in noi. Quando capita che perdiamo l’altro lungo la strada è perché usciamo dalla relazione con il Signore e ci chiudiamo nel proprio egoismo. E così mentre perdiamo l’altro, smarriamo anche noi stessi e il senso del nostro vivere che si situa nella relazione con il Padre e con i fratelli.

«Nessuno le rapirà dalla mia mano»: la vita eterna è un posto fra le mani di Dio. Siamo passeri che hanno il nido nelle sue mani. Siamo bambini che si aggrappano forte a quella mano che non ci lascerà cadere. Come innamorati cerchiamo quella mano che scalda la solitudine. Come crocefissi ripetiamo: nelle tue mani affido la mia vita. Dalla certezza che il mio nome è scritto sul palmo della sua mano, dice il profeta, con una immagine dolce, come i ragazzi che si scrivono sulla mano le cose importanti, da non dimenticare all'esame; da questa vigorosa certezza, prende avvio la mia strada nella vita.



 

 

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