II DOMENICA TEMPO ORDINARIO ANNO C

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui (2,1-11).

Le giare vuote e il vino buono

Il testo evangelico non è un resoconto di cronaca e neppure un racconto di miracolo, ma una narrazione simbolica con significati teologici importanti che ruotano attorno al concetto dell’alleanza, evento sempre ricco di novità.

Il primo miracolo di Gesù raccontato da Giovanni, spiega il senso di tutta la sua vita. Nell’acqua cambiata in vino, l’evangelista vede il simbolo del superamento del legalismo religioso mediante l’introduzione del dono gratuito. Gesù andando verso la sua «ora», la Pasqua, ha in mente questa trasformazione radicale. Essa deve permettere l’incontro definitivo, le nozze di Dio con l’umanità. Queste nozze era state predette dai profeti: «Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell'amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore» (Os 2,21-22). «Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo architetto; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te» (Is 62,5). «Mi ricordo di te, dell'affetto della tua giovinezza, dell'amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata» (Ger 2,2).

Alla categoria più politica e diplomatica di «alleanza» si sostituisce in questo brano, quella più intima e personale di unione nuziale per cui Dio e uomo si incontrano in un dialogo intenso ed esaltante. Tra l’uomo e Dio corre un rapporto matrimoniale, con tutta la sua tavolozza di emozioni forti e buone: amore, festa, dono, eccesso, gioia. Un legame sponsale, un vino di festa lega Dio e noi non un rapporto giudiziario o penitenziale.

Al tempo di Gesù il rapporto di Dio con Israele era una festa di nozze? No, era diventato un rapporto commerciale: se si osservava comandi e precetti si otteneva la benedizione del Signore, altrimenti scattavano i castighi. Dio era considerato un legislatore severo (cfr. Dt 27,15-25). A lungo abbiamo pensato che Dio fosse amico del sacrificio e della gravità, e così abbiamo ricoperto il vangelo con un velo di tristezza. Invece no, a Cana ci sorprende un Dio che gode della gioia degli uomini, del loro amore e se ne prende cura.

«Non hanno vino». Il vino, simbolo fondamentale nella Bibbia. Esso parla di orizzonti sconfinati di felicità messianica quando sul colle di Sion il Signore imbandirà un «banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati» (Is 25,6; cfr. Am 9,3; Gl 4,18). Il vino nella Bibbia è anche il simbolo dell'amore felice tra uomo e donna, tra l’uomo e Dio. Amore felice e sempre minacciato. Non hanno più vino, esperienza che tutti abbiamo fatto, quando stanchezza e ripetizione prendono il sopravvento. Quando ci assalgono mille dubbi, quando gli amori sono senza gioia, le case senza festa, la fede senza passione.

Chi si rende conto della situazione insostenibile, di una religione che non genera più vita, serenità ma asfissia con una burocratica osservanza dei precetti? Se ne accorge quella parte di Israele che segue la spiritualità dei profeti, che vive la Parola perché la porta nel cuore e non segue le tradizioni degli uomini, non si affanna nella ricerca dei meriti per venire poi ricompensati. Se ne accorge la Madre, il resto di Israele.

Maria, presente alle nozze è il punto di svolta del racconto. E’ la donna attenta a ciò che accade nel suo spazio vitale, che indica la strada: «Qualunque cosa vi dica, fatela». Fate ciò che dice, fate il suo Vangelo, rendetelo gesto e corpo, sangue e carne. E si riempiranno le anfore vuote del cuore. Le giare vuote sono metafora di una religione svuotata della sua anima e ridotta ad una pratica di riti da compiere, priva di entusiasmo e fervore, anzi foriera di ansia e scrupolosità. «Egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui». La stessa costruzione grammaticale del testo greco denota che la fede è uno slancio, è movimento verso. Non si crede in una cosa o in una dottrina, ma in una persona. Il discepolo si fida di Gesù, si abbandona a lui e si lascia condurre. Come l’atteggiamento di Maria: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”.

“Questa Messa vale per la domenica?”, chiede talvolta la gente, alludendo al precetto della Chiesa di partecipare alla Messa nelle domeniche e feste comandate. E’ però una domanda che rivela la spiritualità del richiedente: l’incontro eucaristico è vissuto più come osservanza di un precetto che come momento d’intimità con lo sposo. Se la mia partecipazione all’Eucarestia nasce da un comando che mi obbliga sotto pena di peccato mortale, un tale incontro non potrà mai generare letizia e contentezza nel cuore. Se l’incontro non crea stupore ha il sapore freddo e pesante dell’obbligo non la leggerezza felice della festa.

A Cana si manifesta non tanto la potenza di un taumaturgo quanto piuttosto un Dio felice, che si prende cura dell’umile e potente piacere di vivere racchiuso nella storia dell’amore umano di una coppia, che sta dalla parte della gioia. L’appello che il racconto del Vangelo oggi lancia è di penetrare sempre più nel mistero di Dio.    

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