XV DOMENICA TEMPO ORDINARIO

XV DOMENICA TEMPO ORDINARIO

 

Dal vangelo secondo Luca

 

«In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gérico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all'albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa così» (10,1-12.17-20).

 

Il cuore del Vangelo, l’amore per il prossimo


Oggi la liturgia presenta il brano del vangelo di Luca del samaritano; in questo racconto si vuole sottolinea la parola centrale e radicale dell’etica cristiana, quella dell’amore. Tutti conoscono i contenuti e i dettagli di questo brano così luminoso ed essenziale. Tutti riescono ugualmente a capire la carica provocatoria che Gesù vuole celare sotto la selezione emblematica dei personaggi: il levita e il sacerdote, espressione di un culto arido non più innervato nell’esistenza, secondo l’accusa tradizionale dei profeti (Am 5; Is 1; Ger 7). Un culto fine a se stesso, ligio a norme e regole liturgiche ma che non aiuta il fedele ad entrare in sintonia con i sentimenti di Dio.

Il sacerdote e il levita, i primi che passano, hanno davanti un dilemma: trasgredire la legge dell'ama il prossimo, oppure quella del sii puro, evitando il contatto col sangue. Scelgono la cosa più comoda e più facile: non toccare, non intervenire, aggirare l'uomo, e ... restare puri. Esternamente, almeno. Mentre dentro il cuore si ammala. Toccano le cose di Dio nel tempio, e non toccano la creatura di Dio sulla strada. La loro è solo religione di facciata e non fede che accende la vita e le mani. Il messaggio è forte: gesti e oggetti religiosi, riti e regole “sacri” possono oscurare la legge di Dio, fingere la fede che non c'è, e usarla a piacimento (Ronchi).

Il racconto inizia mettendo in scena un uomo. Non si dice niente di lui, nessuna qualifica sociale, politica e tanto meno religiosa. Potrebbe essere chiunque. La prossimità non è definita dall’appartenenza, ma dal bisogno: prossimo è il bisognoso nel quale t’imbatti, non importa chi sia.

Come se questo non bastasse, la scena successiva aggiunge all’uomo malmenato l’uomo trascurato dal levita e dal sacerdote. Noi non sappiamo il perché di questa indifferenza. Quello che sappiamo è che entrambi evitano l’uomo bisognoso, passano dall’altra parte. L’uomo passa così ad essere uno da cui bisogna stare lontani, di cui è bene non prendersi cura.

Da ultimo viene messo in scena un samaritano. Per rappresentare una figura positiva che si ferma accanto al ferito, Gesù non sceglie un fariseo osservante ma un samaritano, disprezzato dagli ebrei, considerato un bastardo eretico e miscredente.  La lezione è chiara e polemica: il bene puoi trovarlo anche là dove meno te l’aspetti. E l’uomo malmenato e trascurato diviene l’uomo che è aiutato. In modo identico al levita e al sacerdote anche del samaritano si dice che era in viaggio e che vide l’uomo malcapitato, ma invece di dire che “passò dall’altra parte”, il racconto continua elencando una cascata di azioni. Sono sette verbi: ne ebbe compassione e avvicinatosi gli fasciò le ferite versando sopra olio e vino poi caricatolo sul suo giumento lo portò alla locanda e si prese cura di lui. Come se non bastasse si continua descrivendo di nuove sette azioni compiute dal samaritano: il giorno seguente estrasse due denari e li diede al locandiere dicendo: “abbi cura di lui” e quel che spenderai in più te lo restituirò quando ritornerò.

E’ da notare l’uso del verbo “aver compassione” che nella Bibbia è solo riferito a Dio. Qui viene applicato al samaritano, perché il racconto rivela la vita stessa di Gesù.  Il verbo è quello visto nella parabola del Padre misericor­dioso e Luca lo usa anche in un altro testo significativo, nel racconto dell'episodio della vedova di Naim. La mi­sericordia sembra essere un atteggiamento tipico di Dio di fronte alla sofferenza dell’uomo. Dall'altra parte è Gesù stesso che diventa l'espressione trasparente umana di questa misericordia di Dio. Ed ora è questo samaritano che lascia intravedere in sé questo stesso atteggiamento.

La compassione vale più delle regole cultuali o liturgiche (del sacerdote e del levita); più di quelle dottrinali (il samaritano è un eretico); surclassa le leggi etniche (è uno straniero); ignora le distinzioni moralistiche: soccorro chi se lo merita, gli altri no. La divina compassione è così: incondizionata, asimmetrica, unilaterale.


 

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