XXIX Domenica Tempo Ordinario Anno A 2020

XXIX Domenica Tempo Ordinario Anno A 2020

Dal vangelo secondo Matteo


Allora i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 16Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. 17Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». 18Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? 19Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». 21Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». 22A queste parole rimasero meravigliati, lo lasciarono e se ne andarono (22,15-21).
 

Il primato di Dio


Il brano è inserito da Matteo nel grande preludio alla passione che vedrà lo scontro più duro tra Gesù e i Giudei. Il contesto immediato riguarda la questione del tributo che le province occupate dovevano pagare all'impero di Roma e che gli zeloti, movimento partigiano anti-romano, cercavano di ostacolare almeno nell’esazione.
Il racconto evangelico di oggi si apre con un apprezzamento per la persona di Gesù. Uomo franco, lineare, tutto d’un pezzo. Non dice ciò che gli è utile, non è condizionato dal consenso e dalla popolarità: dice ciò che è vero, comunque esso sia. Tutto il contrario della figura di chi lo sta interrogando: un uomo contorto, malizioso, capace di fingere per trarre in inganno.

Analizzando il testo troviamo l’unico pronunciamento «politico» esplicito di Gesù, causato dalla questione tributaria; Erodiani (pro Romani) e farisei (contro), due facce note del pantheon del potere, pur essendo nemici giurati tra loro, in questo caso si accordano contro il giovane rabbi di cui temono le parole e vogliono stroncare la carriera.
«É lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». É una domanda trabocchetto. Se avesse risposto che non è lecito lo avrebbero denunciato alle autorità romane come ribelle e sovvertitore. Se avesse risposto di sì, lo avrebbero presentato come un collaborazionista e nemico delle tradizioni dei giudei. Nel rispondere Gesù li chiama ipocriti, cioè commedianti: recitano sulla scena parti che non riflettono la loro stessa vita, fingono sentimenti che non provano. Dentro sono in un modo e fuori in un altro.  

Mostratemi la moneta del tributo. Siamo a Gerusalemme, nell'area sacra del tempio, dove era proibito introdurre qualsiasi figura umana, anche se coniata sulle monete. Per questo c'erano i cambiavalute all'ingresso. I farisei, i puri, con la loro religiosità ostentata, portano dentro il luogo più sacro della nazione, la moneta pagana proibita con l'effigie dell'imperatore Tiberio. I commedianti sono smascherati: sono loro, gli osservanti, a violare la norma, mostrando di seguire la legge del denaro e non quella di Mosè.

La raffigurazione dell'imperatore sulle monete costituiva per l'ebreo osservante una causa di peccato idolatrico, dato che violava l'asserto del primo comandamento (Es 20, 4). «Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra».  L'astuta domanda dei farisei ha quindi come sbocco o la critica all'autorità di Cesare o la critica alla sottomissione a Dio. La soluzione di Gesù è il capovolgimento radicale di ciò che si attendono i suoi interlocutori. Gesù non discute astrattamente sulla legittimità o meno di quella situazione; si limita a prenderne atto e a trarne la conclusione pratica: «rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Che cosa bisogna restituire a Cesare e che cosa a Dio? A Cesare va restituito tutto quel mondo che si appoggia sul denaro che rende il mondo schiavizzato. A Dio va restituito l’uomo perché è stato creato a sua immagine e somiglianza, quindi gli appartiene.

«Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Il tema dell’iscrizione lo si ritrova in un passo di Isaia in cui il profeta designa l’appartenenza dell’uomo a Dio. I convertiti alla fede nel Dio d’Israele porteranno sulla mano l’iscrizione “Del Signore” e diranno: “Io appartengo al Signore” (Is 44,5). Le parole di Gesù spingono ogni credente a porsi la domanda: a chi appartengo? Chi è il mio Signore?