XXVII Domenica Anno C

XXVII Domenica Anno C


Dal Vangelo secondo Luca
 

Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (17,5-10).

La fede che salva

 

«Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: "Violenza!" e non soccorri?» (Ab 1,2-3). La prima riga della profezia di Abacuc, riportata dalla prima lettura, si apre con una breve supplica in forma di lamentazione ove emergono le tradizionali formule del grido rivolto a Dio: «fino a quando… perché?». E’ l’eterno lamento dell’uomo di fronte al mistero del male, del dolore innocente, dell’ingiustizia. E’ il grido che costella tante pagine dei Salmi e del libro di Giobbe.

Dio risponde con una visione che il profeta deve registrare ufficialmente incidendola su tavolette. E` una visione che contiene «una scadenza» e attesta una sentenza: «soccombe colui che non ha l'animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede» (2,4). Parlando di scadenza è supposto un tempo di risposta non immediato, ma di attesa, un tempo che verrà. Quando? La data appartiene al mistero di Dio. Per chi è nel dolore però questo tempo costituisce una prova della fede che si colora di perseveranza.

Nel vangelo i discepoli chiedono a Gesù: «Accresci in noi la fede!». Ritorna il tema della difficoltà a vivere tra il presente e la fiducia nella parola dell'ideale presentato.  Qual è il motivo che spinge i discepoli a formulare questa invocazione? Non c’è dubbio: sono le richieste radicali di Gesù a far nascere nei discepoli la domanda sulla fede. Gesù ha chiesto loro di farsi piccoli come i bambini (Mt 18,3), di rinunciare a tutto (Lc 14,33), di perdonare in modo incondizionato (Lc 17,3-4). Di fronte alla totalità dell’impegno richiesto da Gesù, di fronte alle sofferenze e alle difficoltà del cammino l’invocazione è più che naturale. Gesù replica celebrando la forza infinita della fede: essa infatti mette l’uomo in comunione con Dio rendendolo così partecipe della sua potenza creatrice e salvatrice. Vivere di fede richiede una metamorfosi. La fede è un affidarsi totalmente a Dio, accettare un progetto calcolato sulle possibilità di Dio e non sulle nostre. Non si misurano più le condizioni a partire da noi, ma a partire dall’amore che Dio ha verso di noi.

Gesù non esaudisce la preghiera dei discepoli, perché non tocca a Dio aggiungere fede, non può farlo: la fede è la libera risposta dell'uomo al corteggiamento di Dio. Credere è un innamoramento: l’uomo deve donarsi a lui con amore; il rapporto è quello nuziale, rapporto di donazione libera da calcoli. Non si entra a servizio del vangelo con lo spirito del salariato: tanto di lavoro tanto di paga, nulla di più nulla di meno.
Molti servitori di Dio sembrano concepire il loro rapporto con Dio come un contratto: prestazione per prestazione, io ti do tanto in obbedienza e servizio e tu mi devi tanto in premio. Dopo una giornata di lavoro non dire “ho finito” e non accampare diritti: non vantartene e fare confronti con gli altri. Di’ semplicemente: ho fatto il mio dovere. Non si tratta di dire “sono un servo inutile” perché il tuo lavoro in realtà è stato utile. Si tratta invece di dire: sono semplicemente un servo.

La traduzione “siamo servi inutili” è fuorviante, perché lo schiavo che fa il suo servizio non è “inutile”!  In greco si usa una parola che significa “senza utile”, cioè senza guadagno. Significa che non facciamo il nostro lavoro per guadagno o per utile, ma perché, essendo la nostra identità quella del servo, affrontiamo coraggiosamente e in piena disponibilità le esigenze del Regno, con spirito completamente diverso, con spirito di gioia e gratitudine. Dio è servo «il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire» (Mt 20,28) e questa natura l’ha comunicata a noi. Gesù vuol ricordarci che dopo aver servito non si diventa padroni ma si rimane servi. 


 

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