XXVIII Domenica Anno C

XXVIII Domenica Anno C

 

Dal Vangelo secondo Luca

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!» (17,11-19).

La gratitudine apre al fratello


Il testo della prima lettura (2Re 5,14-17) presenta la difficoltà, soprattutto per un uomo importante, ricco e potente come Naaman, di riconoscersi debitore: coprire di denaro e preziosi chi lo ha beneficato significherebbe “sdebitarsi”: far divenire l’altro grato nei suoi confronti, e così non perdere la propria grandezza e la propria immagine di uomo che “non deve nulla a nessuno”. La gratitudine è difficile e richiede la messa a morte del proprio narcisismo per entrare nel numero di coloro che sanno di essere graziati. Ringraziare è riconoscere che non ci si è fatti da soli. E’ uno schiaffo alla presunzione e all’autoincensazione di chi si pensa artefice unico della propria vita. La gratitudine fa superare l’isolamento in cui si ritira il narcisista, emblema dell’ingrato e invece apre al fratello. Un “grazie” decentra chi lo pronuncia e lo costringe a riconoscere che quanto ha ricevuto è un dono che gli è stato fatto. Naaman non deve ringraziare il profeta, ma riconoscere l’unico Dio.

Anche il Vangelo ci presenta un racconto in cui la gratitudine è un elemento importante della scena.

«Lungo il cammino verso Gerusalemme»: Gesù è in cammino ed ecco che dieci lebbrosi, un gruppo senza speranza, all'improvviso si pone di traverso sulla strada dei dodici e «appena li vide, Gesù disse loro «Andate a presentarvi ai sacerdoti»: notiamo quell’ “appena”; quindi subito, senza aspettare un secondo di più, "appena li vede", sono inviati dai sacerdoti prima ancora di essere guariti. Con questo l’evangelista vuole indubbiamente sottolineare la fede e l’abbandono fiducioso di quei lebbrosi: obbediscono prima di vedere, prima di constatare la guarigione.

«Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce». Nove lebbrosi guariscono e non sappiamo più nulla di loro, probabilmente scompaiono dentro il vortice della loro inattesa felicità, sequestrati dagli abbracci ritrovati, ridiventati persone libere e normali (cfr. Lev 13,45-46). Invece un samaritano, uno straniero, l'ultimo della fila, col quale l’ebreo puro e genuino non deve avere minimamente contatti, si vede guarito, si ferma, si gira, torna indietro, perché intuisce che la salute non viene dai sacerdoti, ma da Gesù; non dall’osservanza di regole e riti, ma dal contatto con la persona di quel rabbi. Non compie nessun gesto eclatante: torna, canta, dice un semplice grazie, ma contagia di gioia.

«La tua fede ti ha salvato»: ancora una volta il vangelo propone un samaritano, uno straniero, un eretico come modello di fede e d’amore. La fede che salva non è una professione verbale, non si compone di formule ma di gesti pieni di cuore: il ritorno, il grido di gioia, l'abbraccio che stringe i piedi di Gesù.
Nel nostro racconto il samaritano guarito è presentato come colui che ha capito la realtà profonda della salvezza: una salvezza donata, di fronte alla quale deve nascere la gratitudine.  Inoltre il samaritano ha capito che in Gesù gli si è fatto incontro Dio. A differenza dei profeti, semplici strumenti nelle mani di Dio (prima lettura), Gesù può e deve essere ringraziato. Qui sta la differenza tra l’episodio della guarigione di Naaman il Siro e i dieci lebbrosi del vangelo.

Questa riconoscenza non è semplicemente la gratitudine per un dono ricevuto, è invece un atto di fede, una celebrazione innica della presenza di Dio nell’azione salvifica di Gesù. Infatti per due volte nel brano si legge: «Uno di loro… tornò indietro lodando Dio a gran voce e si gettò ai piedi di Gesù… Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». Il vero culto è nella relazione con il Signore Gesù: è davanti a lui che il samaritano si prostra e rende grazie a Dio.

Il centro della narrazione è dunque la fede che salva. Tutti e dieci sono guariti. Tutti e dieci hanno creduto alla parola, si sono fidati e si sono messi in cammino. Ma uno solo è salvato. Altro è essere guariti, altro essere salvati. Il Samaritano diventa così, non solo il simbolo del salvato ma anche del perfetto credente che leva la sua lode orante a Dio per mezzo di Gesù Cristo.
Il culmine del cammino di fede infatti è vivere rendendo grazie. Quando ringraziamo, il Padre si commuove e riversa su di noi lo Spirito Santo. Ringraziare non è questione di cortesia, di galateo, è questione di fede.


 

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