VIII Domenica - Pentecoste Anno A

VIII Domenica - Pentecoste Anno A

 

Dal vangelo secondo Giovanni

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (20,19-23).


La pienezza della vita, frutto dello Spirito
«Ti fa posto il mio cuore tutto intero, lì non c'è spazio per cosa creata. Tra la pelle e le ossa Ti trattengo: che ne sarà di me se Ti perdo? ... Il Tuo Spirito s'è impastato col mio, come l'ambra col muschio odoroso. Se qualcosa Ti tocca, mi tocca: non c'è più differenza, perché Tu sei me».

Sono solo alcuni versi del poeta e mistico di al‑Hallaj, una delle figure più emozionanti della spiritualità musulmana, an­che per la sua tragica fine: egli, infatti, morì decapitato a Baghdad il 26 marzo 922, dopo un'intera notte trascorsa in agonia su un patibo­lo a forma di croce. Ho voluto evocare queste sue parole anche secondo una prospettiva cristiana, consapevole dell'affermazione di Cristo: «Lo Spirito, come il vento, soffia dove vuole», superando frontiere culturali e confini religiosi. Il mistico al‑Hallaj nei suoi ver­si fa irrompere appunto lo Spirito di Dio: esso penetra nella creatura animandola nella creazione, trasformandola nella redenzione, ri­creandola nella risurrezione.

È come il muschio odoroso che viene rinchiuso nell'ambra, profu­mandola. È un'intimità profonda per cui non si è più soli e si percepi­sce il senso della confessione di san Paolo: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20). Il nostro cuo­re, invece, riserva larghi spazi alle cose, agli interessi, all'orgoglio: lo Spirito Santo è compresso, talora espulso. E’ per questo che siamo co­sì smorti interiormente, perché non tratteniamo in noi «tra la pelle e le ossa» quel respiro divino.
Riascoltiamo la parola del vangelo: «Mentre erano chiuse le porte del luogo per paura dei Giudei ...». Accade sempre così quando agisci seguendo le tue paure: la vita si chiude. La paura è la paralisi della vita. I discepoli hanno paura anche di se stessi, di come lo hanno rinnegato. È una comunità dalle porte e finestre sbarrate, dove manca l'aria e si respira dolore, una comunità che si sta ammalando. Dove alligna la paura, lo Spirito è lontano.
«Detto questo, soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo». Soffiò... Lo Spirito è il respiro di Dio. In quella stanza chiusa, in quella situazione che era senza respiro, asfittica, ora c’è il respiro di Cristo, la sua presenza vitale e luminosa data dallo Spirito.
Lo Spirito trasforma un gruppo di persone racchiuse nel cenacolo, al riparo, in testimoni consapevoli e coraggiosi. Da loro il coraggio di proporsi in pubblico, raccontando davanti a tutti «le grandi opere di Dio». Rende efficace l’annuncio anche se non sottrae la Chiesa all’incomprensione e al dissenso.: «Tutti era stupefatti e perplessi… altri li deridevano e dicevano: Si sono ubriacati di vino dolce» (At 2,12-13).

Gesù viene in mezzo ai suoi, prende contatto con le loro paure, con i loro limiti, senza temerli. Sa gestire la nostra imperfezione. Mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. L’abbandonato ritorna e sceglie proprio coloro che lo avevano abbandonato.

A ciascuno offre i suoi doni che abilitano a funzioni, ministeri diversi. S. Cirillo di Gerusalemme nel IV° secolo, spiegava la multiforme varietà dei doni con l’esempio dell’acqua: “L’acqua che irriga tutto il mondo proviene da una solo sorgente. Essa diventa bianca nel giglio, rossa nella rosa, purpurea nelle viole e nei giacinti. Essa non muta in se stessa ma si adatta alla natura di ognuno. Così anche lo Spirito Santo: pur essendo uno solo e sempre lo stesso, conferisce a ciascuno la grazia che gli conviene”.