SOLENNITA’ DI PENTECOSTE

SOLENNITA’ DI PENTECOSTE

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

 

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto (14,15-16.23-26).


Lo Spirito Santo? È Dio in libertà

IL vangelo della domenica di Pentecoste ripropone un brano molto denso dei discorsi di addio raccolti nel vangelo di Giovanni. I passi in cui Gesù parla dello Spirito consolatore si inseriscono in un preciso contesto esistenziale: il tempo della Chiesa con i suoi problemi e i suoi interrogativi, l'odio del mondo, la persecuzione, l'incredulità che contrastano la testimonianza. Alla luce di questo contesto si comprendono bene i tre compiti fondamentali che Giovanni assegna allo Spirito: conservare fedelmente la memoria di Gesù, la comprensione interiore e personale della sua parola, il coraggio della testimonianza. Nel nostro passo specifico un'idea forte — forse la più importante — è che la condizione per accogliere lo Spirito è l’amore a Gesù, l'ascolto della sua parola e l'osservanza dei comandamenti. Tre cose, dunque, molto concrete e persino verificabili. Se mancano queste tre condizioni, non c'è alcuno spazio per lo Spirito (Maggioni).

E qual è il compito dello Spirito? Giovanni lo descrive attraverso tre azioni: rimarrà con voi per sempre, vi insegnerà ogni cosa, vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Tre verbi gravidi di bellissimi significati profetici: “rimanere, insegnare e ricordare”.

Rimanere, perché lo Spirito è già dato. Nessuno è solo, in nessuno dei giorni. Se anche me ne andassi lontano da lui, lui non se ne andrà mai. Se lo dimenticassi, lui non mi dimenticherà. È un vento che non ci spinge in chiesa, ma ci spinge a diventare chiesa, tempio dove sta tutto Gesù.

Insegnare ogni cosa: nuove sillabe divine e parole mai dette ancora, aprire uno spazio di conquiste e di scoperte. Pensiamo ai Santi che sotto l’illuminazione dello Spirito hanno scritto per il loro tempo pagine nuovissime di storia. Letteralmente “in-segnare” significa incidere un segno dentro, nell'intimità di ciascuno: lo Spirito libera l'uomo trasformandolo dall’interno, capovolgendo la natura profonda del «desiderio». Prigioniero del suo egoismo (la carne) l'uomo sente la legge dell'amore (la legge di Dio) come un peso e una schiavitù. Lo Spirito muta il «desiderio» dell’uomo: la legge della carità diviene ciò che desidera, a cui tende.

Ricordare: vuol dire riaccendere la memoria di quando Gesù passava e guariva la vita e diceva parole di cui non si vedeva il fondo; riportare al cuore gesti e parole di Gesù, perché siano caldi e fragranti, profumino come allora di passione e di libertà. Lo Spirito ci fa innamorare di un cristianesimo che sia visione, fervore, poesia, perché "la fede senza stupore diventa grigia" ci ammonisce papa Francesco (Ronchi).

«Ti fa posto il mio cuore tutto intero, lì non c'è spazio per cosa creata. Tra la pelle e le ossa Ti trattengo: che ne sarà di me se Ti perdo? ... Il Tuo Spirito s'è impastato col mio, come l'ambra col muschio odoroso. Se qualcosa Ti tocca, mi tocca: non c'è più differenza, perché Tu sei me» (AL‑HALLAJ).
Sono solo alcuni versi del poeta e mistico Al‑Hallaj, una delle figure più emozionanti della spiritualità musulmana, an­che per la sua tragica fine: egli, infatti, morì decapitato a Baghdad il 27 marzo 922, dopo un'intera notte trascorsa in agonia su un patibo­lo a forma di croce. Ho voluto evocare queste sue parole anche secondo una prospettiva cristiana, consapevole dell'affermazione di Cristo: «Lo Spirito, come il vento, soffia dove vuole», superando frontiere culturali e confini religiosi. Il mistico al‑Hallaj nei suoi ver­si fa irrompere appunto lo Spirito di Dio: esso penetra nella creatura animandola nella creazione, trasformandola nella redenzione, ri­creandola nella risurrezione.

È come il muschio odoroso che viene rinchiuso nell'ambra, profu­mandola. È un'intimità profonda per cui non si è più soli e si percepi­sce il senso della confessione di san Paolo: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20). Il nostro cuo­re, invece, riserva larghi spazi alle cose, agli interessi, all'orgoglio: lo Spirito Santo è compresso, talora espulso. E’ per questo che siamo co­sì smorti interiormente, perché non tratteniamo in noi «tra la pelle e le ossa» quel respiro divino.