XVI Domenica Tempo Ordinario Anno A

XVI Domenica Tempo Ordinario Anno A 2020
 

Dal vangelo secondo Matteo

 

In quel tempo Gesù espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”».
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo. Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti! (13,24-43).


Non conosciamo oggi il frutto di domani

 

Gesù nelle parabole di questa domenica ci rivela come agisce Dio nella storia, come si diffonde il Suo Regno d'amore. C’è contrasto tra l’esiguità del seme e del lievito e la grandezza del risultato che ne deriva alla fine (pianta e pasta). La crescita però è segnata dalla lotta, dalla tragedia: nel campo apparve la zizzania e la reazione di fronte ad essa può avvenire in due modi.
Il primo è quello di reagire in modo netto sradicando tutte le erbacce come consigliano Elia, il profeta campione della fede, il Battista e gli apostoli: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. E’ un sogno pericoloso fatto di fantasmi, di comunità perfette e separate (come la setta dei Farisei); invece Gesù si fa amico dei pubblicani e delle prostitute, accoglie, tollera fra i Dodici Giuda sino alla fine. Solo chi ha orizzonti gretti è un implacabile inquisitore della pagliuzza altrui. Alcuni cristiani vorrebbero ricorrere a mezzi violenti e risolutivi: scomunicare i membri più peccatori, bruciare gli eretici, gettare con violenza le esigenze del Vangelo in faccia a cristiani e non cristiani con la politica dell’aut-aut, o con me o contro di me... ma questo atteggiamento cozza, come è stato sottolineato, con il vangelo di oggi.

Il secondo modo di reagire alla presenza della zizzania è quello di lasciare vivere sino alla fine, avere pazienza, perché Dio agisce così con noi, come  ci suggerisce la prima lettura: «Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza; ci governi con molta indulgenza, perché il potere lo eserciti quando vuoi. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini; inoltre hai reso i tuoi figli pieni di dolce speranza perché tu concedi dopo i peccati la possibilità di pentirsi» (Sap 12,18-19).

Perché Dio non interviene? A questa domanda la risposta dipende dall’immagine che ognuno ha di Dio. Può essere l’idea di un Dio geloso degli uomini, pronto a scagliare i suoi fulmini qualora si allontanino dalle sue direttive. Quindi un Dio gretto, meschino,  che genera paura e insicurezza. Oppure c’è chi coltiva l’immagine di Dio come Padre misericordioso che infonde fiducia e quindi speranza. Un Dio che rispetta i ritmi della crescita e della maturazione, che sa attendere la libera decisione dell’uomo.  Papa Giovanni XXIII ha scritto: «La dolcezza è la pienezza della forza».

Tutto il Vangelo propone, come nostra atmosfera vitale, il respiro della fecondità, della fruttificazione generosa e paziente, di grappoli che maturano lentamente nel sole, di spighe che dolcemente si gonfiano di vita, e non un illusorio sistema di vita perfetta. Non siamo al mondo per essere immacolati, ma incamminati; non per essere perfetti, ma fecondi. Il bene è più importante del male, la luce conta più del buio, una spiga di buon grano vale più di tutta la zizzania del campo.

La bella notizia di questa domenica? Il mondo non ha bisogno di supercristiani perfetti, ma di discepoli consapevoli del loro limite, che attendono con passione al loro lavoro, amando questo mondo seminato a grano, consapevoli del proprio e dell'altrui limite, limite che Dio riempie di tenerezza.