III Domenica di Pasqua Anno B

II Domenica di Pasqua Anno B

Dal vangelo secondo Giovanni


La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (20,19-31).

 

Un inizio di risurrezione nella comunità apostolica

 


«Mentre erano chiuse le porte»: la paura separa le persone; ognuno, chiuso in se stesso, è in difesa o attacco contro gli altri. La paura impedisce ai discepoli di stare insieme tra loro e di aprirsi agli altri. Paura e fiducia, come tristezza e gioia, muovono ogni azione, rispettivamente chiudendo nella morte o aprendo alla vita.
La paura proviene dall’esterno ma se può entrare nel cuore dell’uomo è unicamente perché vi trova un punto d’appoggio. Non serve chiudere le porte. La paura entra nel profondo là dove si è ricattabili, se qualcosa importa più di Gesù.                  

Il farsi presente del Risorto ai suoi discepoli la sera del giorno pasquale provoca un cambiamento nei discepoli stessi: un gruppo di uomini impaurito e ripiegato su di sé, che quasi giace in una tomba, in un luogo chiuso simbolicamente assimilabile a un sepolcro, viene fatto risorgere a comunità capace di testimonianza e di annuncio. Il passaggio dalla paura alla gioia dice che incontrare il Risorto è fare esperienza di resurrezione nella propria vita.
«mostrò…»: le mani e il costato feriti sono la sua identità di servo che dona. In queste ferite scopriamo quanto Dio ha amato il mondo (3,16). In esse troviamo la nostra dimora e la nostra identità di figli: è l’amore del Padre che il Figlio ci ha donato. Ma l’amore è sempre “missione”; infatti è relazione, che manda la persona fuori di sé, verso l’altro.
«ricevete»: lo Spirito è l’amore di Gesù e noi ne abbiamo quanto ne accogliamo. Ogni dono è tale quando viene accolto. Accettandolo diventiamo persone nuove.  Senza questo dono restiamo ancora nel chiuso delle nostre paure. ora i discepoli, contemplando le sue ferite, si arrendono al suo amore e lo “accolgono”.
“ricevete”, lo Spirito Santo. La forma imperativa “accogliete” è una supplica pressante del Figlio alla nostra libertà, perché accogliamo il dono che ci fa essere ciò che siamo: fratelli suoi e figli del Padre suo.

Gesù parla di “Spirito Santo”. Lo Spirito Santo è il suo amore: ce lo dona in pienezza, non a misura. Ma noi ne abbiamo quanto ne accogliamo; e possiamo accoglierne sempre di più, senza determinare limiti a ciò che è smisurato e infinito.
«detto questo, insufflò. “Insufflare”, parola unica nel NT, ricorre due volte nell’AT: Dio, soffiandogli dentro il suo alito vitale, crea l’uomo e fa risorgere le sue ossa aride. È lo Spirito della nuova ed eterna alleanza, stipulata nel perdono, che ci dà un cuore nuovo, capace di vivere secondo la Parola.
Tommaso, persona tipo delle difficoltà a fidarsi
«Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù»: 

È un discepolo di Gesù, ma sulla fede fa prevalere le sue pretese, le sue condizioni; sulla fiducia agli altri discepoli, fa prevalere la durezza e la sufficienza; sulla continuità di presenza in mezzo agli altri, fa prevalere un atteggiamento singolare e incostante… Dunque è figura di doppiezza. In lui ogni credente può riconoscere le proprie ambiguità e doppiezze nella vita di fede, tutte forme con cui ci difendiamo dal movimento di affidamento e ci isoliamo.
E’ il primo fallimento dell’annuncio pasquale, della testimonianza = non crede alla vita: vive la morte come unico orizzonte, infatti non riconosce la vita e non si inserisce in essa
«Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi»: a lui è concessa questa esperienza. Non è possibile a tutti essere sul luogo della sorgente, ma chiunque ha sete può bere di quell’acqua viva che scorre su tutta la terra.
S. Giovanni Paolo II ha stabilito che questa domenica sia la giornata del DIO delle MISERICORDIA ispirandosi all’insegnamento di Sr. Faustina Kowalska.




 

III Domenica di Pasqua Anno B

III Domenica di Pasqua Anno B


Dal vangelo secondo Luca
 

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni» (24, 35-48).

Un inizio di risurrezione nella comunità apostolica


L’apparizione del Risorto ai suoi discepoli (vangelo) è l’evento centrale che caratterizza la terza domenica di Pasqua, domenica in cui l’annuncio pasquale risuona ancora nelle parole del discorso di Pietro tratto dagli Atti 3,13-15.17-19 (I lettura).
 «Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma»: Lc sottolinea il terrore per il «fantasma» per indicare che non è così: è veramente risorto con il suo corpo. Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho».

Il gruppo degli Undici e degli altri che erano con loro (cf. Lc 24,33), come ogni comunità cristiana reale, unisce confessione di fede (v. 34) e dubbio (v. 38), gioia e incredulità (v. 41). Non basta che Gesù sia visto, ascoltato, toccato e che mangi davanti a loro perché i discepoli giungano alla fede: occorrerà ancora l’apertura della loro mente all’intelligenza delle Scritture. Senza le Scritture non si dà fede pasquale. Non è sufficiente toccare il corpo del Risorto: Cristo deve essere incontrato nel corpo scritturistico e allora nasce la fede pasquale che lo confessa quale realizzatore del disegno di salvezza del Padre.
«Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro»: non si può capire la vita di Gesù se non si apre il cuore alle Scritture e si lasciano perdere i nostri schemi e aspettative su di Lui.
«Di questo voi siete testimoni»: Il termine mártyr (testimone) proviene da una radice che significa “pensare”, “ricordarsi”, “essere preoccupato”. Il testimone è anzitutto colui che medita e ricorda la Scrittura che parla di Cristo (“le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”).   
Il discepolo ricorda il maestro: lo tiene davanti agli occhi e nel cuore, e lo vive nella quotidianità della vita, fino alla morte.  Il ruolo dei discepoli è aprirsi, non vergognarsi della loro fede lenta, ma aprirsi con tutti i sensi ad un gesto potente, una presenza amica, uno stupore improvviso. Il Regno altro non è che questo “martirio” di chi cammina come lui ha camminato, continuando a fare e dire ciò che lui per primo cominciò a fare e a insegnare (At 1,1).




 

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