I bolognesi a San Michele in Bosco, bussano cassa (invano) a Carlo V

Il 24 febbraio 1530 Carlo V fu incoronato imperatore da Papa Clemente VII nella Basilica di San Petronio. Per alcuni mesi Bologna fu, come dissero giustamente i contemporanei, “centro del teatro del mondo”. L’incoronazione avvenne dopo drammatiche vicende, che videro protagonista il Pontefice, che aveva cercato di sottrarsi alla visione universalistica, portata avanti con forza da Carlo V, che rischiava, secondo il Papa, di porre il pontificato in un ruolo di una sorta di cappellania dell’Impero.

La crisi culminò con la catastrofe del sacco di Roma. La pace suggellata dall’incoronazione di Bologna fu però una “una pace inquieta”. Bologna, che in quell’epoca contava circa 60mila abitanti, vide raddoppiare la popolazione e si videro in città tutti i potenti della terra.

Anche in questa vicenda San Michele in Bosco fu una “quinta” del “teatro del mondo”. Il monastero olivetano era in via di conclusione pur avendo raggiunto ormai l’aspetto che mantiene tuttora (mancavano il chiostro ottagonale e alcune parti della Chiesa). Carlo V salì a San Michele tre volte, cosi pure il Pontefice, anche se sulla venuta di quest’ultimo i dubbi non mancano, nonostante le lapidi che la testimoniano.

E’ curioso notare che una delegazione di nobili approfittò della venuta dell’Imperatore a San Michele in Bosco per lagnarsi con lui. Era successo che i bolognesi, pur essendo molto fieri che la loro città fosse al centro del mondo, dovettero con preoccupazione constatare che il “conto” delle spese avrebbero dovuto pagarlo loro. Per non dire della prepotenza delle truppe imperiali che, come ci racconta il contemporaneo notaio Elise Mamelini, “volevano robe a forza alle botteghe senza danari”. La delegazione bolognese, proprio fuori da San Michele in Bosco, fece notare, rispettosamente ma fermamente, a Carlo V le “doglianze per i tanti aggravi per la città” in assenza di qualsiasi sostegno economico-finanziario. Insomma, come ci racconta sempre il nostro Mamelini, “lo Imperatore nell’anno 1530 è stato a Bologna e non ha mutato niente ma ben manzato e squaqquarato”. L’esito pratico della perorazione però, al di là della cortesia di Carlo V, fu praticamente nullo. Furono molto contenti invece i monaci per aver avuto un altro attestato dell’importanza di San Michele in Bosco, e per questo fecero una lapide, anzi due.