Gloria di un capitano di ventura e del suo sepolcro

Nella controfacciata di San Michele in Bosco si può ammirare una bella scultura sepolcrale, opera di Alfonso Lombardi, raffigurante un uomo con armatura che giace su una sorta di triclinio, con il capo appoggiato alla mano destra e sovrastato da una Madonna con bambino. Si tratta di Armazzotto de’ Ramazzotti, famoso soldato che, come racconta la lapide sottostante, fu al servizio di ben quattro pontefici: Giulio II, Leone X, Adriano VI e Clemente VII. Chi era costui?

Armazzotto de’ Ramazzotti fu di modestissime origini, nato a Monghidoro nel 1464. Sin da giovanissimo intraprese la strada del soldato di ventura. Nella sua vita oltre che i Papi servì molti Signori del suo tempo, da Lorenzo il Magnifico a Ferdinando d’Aragona Re di Napoli al bolognese Giovanni Il Bentivoglio. Dopo un’infanzia difficile e violenta, si costruì una solida fama di condottiero. Di tempra focosissima, fu anche generoso, come quella volta che perdonò l’assassino del proprio padre.

Fu più volte a San Michele in Bosco, quando il nostro colle era stato trasformato in bastia militare nei numerosi conflitti a cavallo fra XV e XVI secolo. Evidentemente il luogo lo colpì tanto che decise, sin da allora, che quello sarebbe stato il luogo della sua sepoltura e per questo incaricò lo scultore Alfonso Lombardi di mettersi al lavoro in tempo affinché l’opera fosse pronta al momento giusto. Il Ramazzotti fu un benefattore del suo paese, Monghidoro, ove volle che fosse costruito un convento retto dai monaci olivetani, gli stessi, e non a caso, che erano a San Michele in Bosco. Purtroppo il monastero di San Michele in Alpes andò distrutto nell’ultima guerra, ma nel paese appenninico ne rimangono alcuni resti.

Il rischio più grosso della sua lunga carriera militare lo corse nella battaglia di Ravenna (1512), ove i Collegati (Papa, Mantova, Venezia, Spagna, Inghilterra) furono sconfitti dai francesi e soprattutto dalle artiglierie di Alfonso I d’Este Duca di Ferrara. Catturato, il Ramazzotti fu protagonista di una fuga avventurosa. Caduto in disgrazia per accuse mai provate, sotto il pontificato di Paolo III gli fu impedita la permanenza negli Stati della Chiesa. Si rifugiò allora in un casolare in territorio Granducale presso il passo della Raticosa, ove morì solo e dimenticato, a 95 anni. Ma non fu dimenticato da influenti famiglie bolognesi, che si adoperarono affinché il corpo potesse finalmente riposare nel sepolcro da lui tanto voluto, che però non aveva mai visto compiuto.


 

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