Il lazzaretto ai piedi della collina

Sofferenza ed eroismi nella peste del 1630

Ai piedi della collina di San Michele in Bosco, tra le antiche mura il cui confine esterno è oggi percorso dai viali di circonvallazione, e l’inizio del pendio vi è l’area dominata dalla bella chiesa di origine trecentesca-quattrocenteca della SS. Annunziata. Alle spalle della chiesa, che in un passato recente ha potuto liberare tutto l’elegante porticato, che era stato orribilmente tamponato per dare un aspetto “guerresco” (sic) all’area militare, vi è il convento anch’esso gravemente compromesso prima dalle soppressioni napoleoniche e poi dalla militarizzazione della vasta zona fra Porta S. Mamolo e Porta Castiglione. In parte di quest’area vi era pure lo stabilimento delle Officine Rizzoli, che si avvia oggi ad essere trasformata in una sede del tanti condomini di lusso che occhieggiano nella zona collina.

Se ci spostiamo leggermente fuori porta, all’angolo fra le attuali via S. Mamolo e via Codivilla (la “Panoramica) vi è un edifìcio sede di uffici di quartiere, un tempo il quartiere “Colli” oggi il quartiere “S. Stefano”. Si tratta di una costruzione il cui interno è stato radicalmente modernizzato, ma che all’esterno conserva preziosi resti dell’antico complesso conventuale di Santa Maria degli Angeli: le belle arcate sul fianco dell’edificio e la porta d’ingresso sulla via S. Mamolo, con il sovrastante bassorilievo raffigurante un angelo.

In quest’area abbastanza vasta trovò sede, in uno del momenti più tragici della storia di Bologna, il più grande lazzaretto della città durante la peste del 1630. La peste non era certo una novità per Bologna il terribile morbo (parliamo dal X secolo in poi ma ovviamente il flagello si era verificato anche prima del 1000) sì era manifestato nel 1242, nel 1348, nel 1382, nel 1399, nel 1410, nel 1447 e nei 1527, dopo il Sacco di Roma.

Ma la peste del 1630 (la stessa del “Promessi sposi”) è quella più conosciuta e più documentata.

Nel 1968, per i tipi di Aulo Gaggi editore, Antonio Brighetti scrisse un lavoro, al quale ampiamente mi sono riferito in questo piccolo contributo, che rimane a tutt’oggi un libro indispensabile per chiunque voglia approfondire o conoscere questo argomento e che meriterebbe di essere ristampato, perché oggi non di facilissima reperibilità.

Come è noto, la peste fu portata dai lanzichenecchi dell’imperatore asburgico Ferdinando lI, mandati nel settembre 1629 all’assedio di Mantova per il possesso del ducato gonzaghesco, allo spirare del ramo principale dei Gonzaga. Alla notizia dell’incombere del contagio, che si era già presentato nelle città vicine, a cominciare da Modena, le autorità cittadine emanarono severissime sanzioni soprattutto per il transito di merci, persone ed animali.

Chi proveniva da luoghi sospetti, praticamente tutti, veniva trattenuto in una rigida quarantena; per la città ebbe inizio una operazione di disinfestazione (con i metodi allora) e di pulizia e “profilassi”, con l’utilizzo della famosa “triaca”, che era medicamento empirico considerato altamente efficace. Era diffuso l’utilizzo di sostanze profumanti, poiché vi era la convinzione che il veicolo del morbo fosse prevalentemente l’aria, mentre invece in realtà veicoli furono altri, a cominciare dall’acqua caratterizzata da forte insalubrità.

Comunque tutto fu vano: l’esplosione dell’epidemia obbligò a misure straordinarie.

A questo punto dobbiamo ricordare un notevole personaggio che in quella tragica evenienza si rivelò con tutto il suo spessore umano ed il suo livello di governo: il Cardinale Bernardino Spada.

Mentre il rappresentante del Governo, che era il Cardinal Legato Antonio Barberini, all’apparire della peste fuggiva precipitosamente a Bertinoro, il Cardinal Spada - che al momento, dopo essere stato legato prima del Barberini, era rimasto a Bologna per volontà del Papa Urbano VIII, che lo stimava moltissimo, come Legato a latere - prese in mano saldamente la drammatica situazione insieme al Senato.

Bernardino Spada era nato a Brisighella nel 1594, inviato a Bologna da Urbano VIII, fra le altre cose su ordine pontificio fece erigere ai confini occidentali dello Stato, a Castelfranco, l’imponente fortificazione a stella che fu chiamata Forte Urbano. Fu comunque un buon governante e seppe trovare un equilibrio nei non facili rapporti con il Senato cittadino tant’è che, concluso il suo periodo, il Papa lo pregò di rimanere. Nel 1630, sorpreso dalla peste con coraggio esponendosi anche personalmente a rischi altissimi, cercò di mitigare con gli strumenti di allora i drammi della popolazione, dando una forte organicità all’intervento, caratterizzandosi con gesti di altissima pietà e disponibilità e con una accurata e centrata ricerca dei collaboratori.

Insieme ai Senato cittadino furono individuati gli spazi per i lazzaretti, il cui principale fu appunto quello nell’area del convento della SS. Annunziata e di S. Maria degli Angeli, mentre nel convento, oggi non più esistente che era di fronte alla SS. Annunziata, di S. Eustacchio e Girolamo vi era la sede del governo dei lazzaretti. L’area a partire dal 15 giugno fu recintata da un’alta palizzata di assi rinforzata da spranghe di ferro, il tutto con sorveglianza delle guardie; inoltre due forche innalzate in prossimità dell’ingresso erano un monito per chiunque violasse la clausura.

Il lazzaretto era distinto in varie parti: da una parte gli infetti e dall’altra i convalescenti, inoltre alfinterno del recinto vi erano case provviste anche di osterie, una città nella città.

All’inizio la situazione era drammatica.

Il peso maggiore fu sulle spalle di personale religioso guidato dal padre gesuita Angelo Orimbelli, che si spese fino a prendere il contagio di cui morì.

Non facile fu il reperimento dei medici: stante l’affollamento del lazzaretto, occorreva molto personale ausiliario di non facile reperibilità, per cui si provvide con un gruppo abbastanza nutrito di personaggi che erano stati condannati per vari reati, chiedendo l’impegno in favore di una commutazione o della cancellazione della pena.

L’alternativa era quindi fra morte sicura fuori e morte incerta dentro.

Non trascurabile fu pure il problema dell’impegno economico finanziario e farebbe sorridere, se non fosse per la tragicità di quegli avvenimenti, leggere le sollecitazioni di Padre Orimbelli al Cardinal Spada perché oltre che dai moribondi era assediato dal creditori, fornitori di cibo di materiali, ecc., che chiedevano di essere pagati sollecitamente. Una cosa questa che ci riporta a tempi attuali.

Uno degli aspetti da tenere presente è che il morbo trovava facili vittime anche per l’economia a volte di pura sussistenza in cui molti vivevano, per cui, e questo fu chiaro subito, l’aspetto nutrizionale era assai importante. Oltre al medici un ruolo importante ebbero i cosi detti “barbieri”, che erano i chirurghi di allora, di cui un certo numero arrivò da Roma.

I due lazzaretti S. Maria degli Angeli e SS. Annunziata avevano due organizzazioni distinte.
In S. Maria degli Angeli gli infermi al giorno avevano oscillato da 183 a 324, mentre in SS. Annunziata da 272 a 568; la media dei decessi, che era compensata dal flusso continuo dei nuovi entrati, era di venti-trenta al giorno in S. Maria degli Angeli, e di quaranta-cinquanta alla SS. Annunziata.
La peste che si era manifestata a Bologna nel maggio del 1630 potè dirsi completamente cessata solo nel gennaio del 1631. Vari sono i pareri sulle dimensioni delle vittime del flagello. La cifra più realistica è di circa 15.000 persone in città (quasi un quarto della popolazione) e di 18.000 nel contado, che allora aveva un numero di abitanti molto superiore alla città.
La città sciolse il voto fatto “flagrante morbo” commissionando a Guido Reni il pallione, divenuto poi famoso, raffigurante la Madonna con il Bambino e i Santi Patroni di Bologna.
Intanto alla fine di giugno del 1631 il Cardinal Bernardino Spada lasciò Bologna non volendo alcun riconoscimento, pago solo di aver agito secondo quanto gli dettava la propria coscienza non solo di Pastore ma di uomo di Governo, con il grande rimpianto della morte del Gesuita Orimbelli che, come abbiamo detto, mori pure lui di peste, quasi per una beffa del destino, quando oramai il morbo stava finendo. Alla fine, la vasta area fu restituita alle sue funzioni originali e così rimase fino a quando fu oggetto prima di rapina e poi di baratto per fini molto più pratici agli albori dell’800.
Spiace costatare che non si sia mai provveduto a erigere nell’area dell’ex-lazzaretto una testimonianza visibile di quei tragici avvenimenti, che furono anche una epopea di coraggiosi fino al martirio.