San Michele in Bosco 1797-1848-1880: passione e resurrezione

 “Non ho veduto li frati di San Michele in Bosco, ma ho veduto quel vasto locale ridotto per molti anni in una galera... venne poi l’ordine, dopo diversi anni, di vuotare quella galera e trasportarla a Castelfranco. Dopo che fu vuoto, quel vasto locale, si poteva vedere la devastazione ed il vandalismo in cui fu lassiato col levar di tutte le ferriate, li guerci con gli occhietti degli ussi, facendo nei muri dei sbraghi li più grandi, saliciate disfatte per tirar via le anelle che vi erano murate, tutte le muraglie luride e sporche che in tutto per tutto era un orrore".
Cosi era ridotto il grandioso convento rinascimentale dei monaci olivetani, come lo descrisse Francesco Majani (fondatore della famosa prima bottega e dopo industria di cioccolata), fra gli anni dieci e venti dell’800. Il calvario era cominciato nel 1797 per concludersi nel 1798 con la soppressione degli ordini conventuali e quindi anche degli olivetani.
Nel settembre del 1797 una commissione di “cittadini”, per ordine del Governo della Repubblica Cispadana, instaurata dopo l’arrivo nel 1796 dei francesi, inventariò tutti i mobili, suppellettili, beni di qualsiasi tipo, compresi ovviamente quadri o altra opera d’arte, come ad esempio i ricchi arredi disegnati dai Bibbiena che erano nel teatro.
Ai monaci fu concesso di portarsi via i mobili e le suppellettili della propria cella, ma in non pochi casi fu contestata la proprietà personale. Qualsiasi materiale che non pregiudicasse la staticità dell’edificio, fu portato via; insomma l’edificio fu scorticato. Questa colossale razzia prese la via della Francia, oppure in parte finì nelle tasche e nelle case del nuovo “generone”, che affiancò l’occupante. Ai frati fu concessa una modestissima pensione, che ovviamente derivava da una parte, minima, del ricavato dei beni che erano stati sequestrati a loro medesimi.
Dopodiché, arrivarono i galeotti. Infatti era accaduto che, dai benefìci delle nuove libertà (anche se subito circolò tra il popolino una filastrocca: “libertè”, “egalité”, “fraternité” - “tot a te gnint a me”), vi fu un bisogno esponenziale di nuove prigioni.
Con il ritorno degli antichi Governi, negli anni trenta e quaranta dell’800, per volontà dei Legati Pontifìci della Restaurazione, il grande convento resuscitò a nuova vita. Restaurato ed abbellito anche nelle pertinenze dei giardini, divenne sede estiva del Cardinal Legato.
San Michele in Bosco era cosi pronto per la sua ennesima trasformazione, che da lì a qualche decennio gli avrebbe ridato un posto importante nella storia delle città dell’Italia, come un grande Ospedale Ortopedico.
un ringraziamento all'autore: Angelo Rambaldi

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