La pistola del cassiere del Rizzoli che sparò a Mussolini

Domenica 31 Ottobre 1926, dopo aver presieduto all’Archiginnasio il XV Congresso della Società Italiana per il progresso delle Scienze, il Capo del Governo, il “Duce” Benito Mussolini, si avvia in auto alla stazione. Era giunto in città la sera prima, per inaugurare lo stadio “littoriale”.  Fra due ali di folla osannante l’auto rallentò per entrare in via dell’Indipendenza. A questo punto, sono le 17,40, partì un colpo di pistola. Il proiettile sfiora il bavero dell’uniforme indossata da Mussolini, perfora la manica del Sindaco Puppini che sta a fianco del Duce e si conficca nell’imbottitura dello sportello posteriore. Mussolini è incolume. Leandro Arpinati, ras del fascismo locale, che guida l’auto, accelera e si dirige alla stazione.  Immediatamente un giovanetto, aveva quindici anni, Anteo Zamboni, viene individuato, soprattutto da gerarchi e militi fascisti, come autore dello sparo e fatto oggetto di un numero impressionante di pugnalate e percosse; l’azione è guidata fra gli altri da Arconovaldo Bonaccorsi ma, è oramai accertato, vede la presenza del noto Albino Volpi, presente a Bologna per l’occasione, entrambi appartenenti allo squadrismo più violento. Il corpo straziato di Anteo Zamboni viene sottratto a fatica a chi insiste nell’oltraggio della salma.  Anche se la pistola risulterà essere di proprietà della famiglia del ragazzo, i lati oscuri dell’attentato superano di gran lunga le risultanze dei fatti, a cominciare dalla deposizione dello stesso Mussolini, che descrive un attentatore vestito con abiti del tutto diversi dallo Zamboni. Fra gli altri indizi, lasciati perdere, quello della pista dell’attentato, tramato dal fascismo, che si opponeva alla svolta pseudo-legalitaria di Mussolini.  Il Duce per darsi un’aura di moderazione aveva liquidato Roberto Farinacci e nominato Segretario del Partito Augusto Turati, un pochino più moderato. Il Capitano dei Carabinieri Cannone raccolse indizi inquietanti su questa pista, ma tutto fu messo a tacere con un intervento “dall’alto”. La sentenza era stata già scritta: l’attentato era un complotto di tutta la famiglia Zamboni che fini in carcere e subì anni di detenzione. In verità né il padre né la madre né i fratelli maggiori mai riuscirono a darsi una risposta del perché un ragazzo, poco più che un bambino, che in famiglia veniva chiamato “pacione” con un temperamento calmo, buono, introverso, con scarsa attitudine alla politica, avesse potuto compiere un simile gesto. E un mistero ancora oggi insoluto, di cui si è occupata, in uno splendido documentatissimo e ben scritto volume “Attentato al Duce. Le molte storie del caso Zamboni” - Edizioni “Il Mulino”, Brunella Dalla Casa, volume da cui abbiamo attinto parte di questo piccolo contributo. Qualcuno a questo punto dirà: “ma cosa c’entra San Michele in Bosco in questo, pur tragico ed enigmatico, evento?” San Michele in Bosco che, già da trent’anni ospitava il “Rizzoli”, c’entra attraverso la pistola che sparò a Mussolini, poiché oltre la famiglia dello sventurato ragazzo, fu arrestato l’aggiunto amministrativo Emo Lenti, dipendente del “Rizzoli” in qualità di Capo Cassiere, il quale aveva venduto l’arma incriminata, una Berretta 7,65 matricola 67405, a Lodovico Zamboni, uno dei due fratelli maggiori del giovane Anteo. Per quest’aspetto della vicenda, indispensabile è stato il lavoro di ricerca nell’Archivio “Rizzoli” della Sig.ra Mara Mattei. Lenti a sua volta aveva acquistato la pistola da un medico del “Rizzoli”, il Dott. Sanzio Vacchelli, che a sua volta l’aveva comperata direttamente dalla “Berretta”. Successivamente, il Cassiere dello IOR, che frequentava la tipografìa di via Fondazza gestita dagli Zamboni, aveva venduto l’arma appunto a Lodovico Zamboni. Va detto che Emo Lenti, residente a Bologna dal 1911, marchigiano d’origine che all’epoca aveva 39 anni, era notoriamente sfavorevole al fascismo. Ex socialista, con forti simpatie massoniche, aveva lavorato prima dell’assunzione al “Rizzoli” avvenuta nel 1916 presso la Farmacia, di proprietà del Sindaco, socialista, Francesco Zanardi. Immediatamente dopo l’arresto all’allora Commissario del “Rizzoli”, Commendator Bellini, giunse una lettera-intimazione della Segreteria dei Sindacati Fascisti, affinchè il Lenti, “imputato di correità nell’attentato al Primo Ministro”, fosse immediatamente allontanato dal servizio. La lettera però era giunta in ritardo poiché già tre giorni prima, il 20 Novembrel926, il povero cassiere era già stato sospeso.  Il primo Procuratore a cui fu affidata l’indagine non potè tuttavia non rilevare l’inconsistenza dell’impianto indiziario, sia per i familiari che per Lenti.  Mal gliene incolse perché, con provato intervento dello stesso Mussolini, venne sostituito dal più obbediente magistrato militare Landolfì. Quest’ultimo concluse l’istruttoria con la richiesta di rinvio a giudizio del padre di uno dei fratelli, Ludovico; della zia Virginia, anche perché notoriamente antifascista, non potè però non scagionare il povero Emo Lenti con la motivazione ambigua di insufficienza di indizi a suo carico.  Il processo fu una vera e propria mostruosità giuridica, ma questa è un’altra storia e rimandiamo ancora allo splendido lavoro di Brunella Dalla Casa. Intanto erano passati due anni trascorsi dal povero Cassiere in galera.  Nel Settembre 1928 Emo Lenti presentò, a fronte dell’assoluzione formale, domanda di reintegro Dalla sua casa in Via S.Rufflllo 195. Il Cassiere con una lettera precisò tuttavia che il suo stato fisico e psichico era tale “avendo troppo sofferto” che non era assolutamente in grado comunque di riprendere servizio.  “... Bologna 1 Febbraio 1929 A. VII. Riprendendo oggi servizio l’Aggiunto Amministrativo Sig. Emo Lenti si procede alla consegna della cassaforte da parte dell’altro Aggiunto Sig. Mario Coscera che finora lo ha sostituito, presente il Segretario Ragioniere Cav. Sig. Collina “.  Il calvario di Emo Lenti, a causa di quella maledetta pistola era finito, ma non quello dei familiari del povero “pacione”.  Ma chi aveva sparato a Mussolini? Lo stesso grande storico del Fascismo, Renzo De Felice, sostenne che quel colpo di pistola sarebbe rimasto per sempre un mistero, anche per i genitori e i fratelli del povero Anteo; un dubbio che li seguì per tutta la vita.  Brunella Dalla Casa conclude cosi: “....se è pur vero che spesso la verità è più banale e più evidente, e altrettanto vero che a volte essa si nasconde alla nostra ragione, ovvero è la nostra ragione che, per paura, arretra e si nasconde” e noi concludiamo con lei.  



un ringraziamento all'autoreAngelo Rambaldi
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