Il “Serraglio” degli Olivetani

Usciamo dalla città antica da Porta Lame, un’area in cui purtroppo di antico l’unica cosa rimasta è il bel cassero seicentesco, opera di Agostino Barelli. La Porta oggi è soffocata da enormi palazzoni, frutto di una ricostruzione post bellica che, forse per ansia di vita, cancellò qualsiasi memoria. Proseguendo su via Zanardi, dopo circa 2 chilometri e mezzo, troviamo a sinistra Via di Bertalia.

Imboccata questa strada, in un angolo di periferia che si è salvato dall’edilizia super intensiva che ha caratterizzato altre parti della città, troviamo a destra la stupenda piccola chiesa di San Martino di Bertalia, vero gioiello e testimonianza di una chiesa di campagna del secolo XVII-XVIII, il cui interno è di grande pregio storico artistico ed ambientale.
Superata la chiesa e l’ex grande villa Davia arriviamo in via Agucchi. Ci troviamo di fronte ad un lungo casamento grigio, una caserma che si prolunga monotona sulla via attualmente sede di un distaccamento dei carabinieri. Questo luogo è il centro dell’antico Serraglio di Bertalia, che fu per secoli il più grande possedimento agricolo dei Monaci Olivetani di San Michele in Bosco.
Pochi sanno che, proprio all’interno di quell’anonimo casamento, esiste ancora un edificio di belle forme cinquecentesche - il “casino” di Bertalia - fulcro del Serraglio, dal quale gli Olivetani governavano una vasta tenuta e che era anche luogo di villeggiatura per i monaci.
L’edificio ha una nobile fronte, completamente foggiata, anche se al primo piano risulta essere in parte tamponata. Al piano terra un portico a cinque colonne di macigno, al primo piano un’altra foggia che raddoppia gli archi dell’ordine inferiore, cinque a terra e dieci al piano superiore.
All’interno abbiamo una loggia passante, che dà accesso ad una vasta sala rettangolare con volta a padiglione ed altre salette minori. La sala interna probabilmente potrebbe essere stata la cappella interna. Nel piano superiore troviamo altre belle sale.

Affiancato al palazzo, ma discosto da esso, vi è un bell’oratorio, il tutto mantenuto dall’autorità militare in ottimo stato, utilizzato con riguardo e rispetto dell’antica funzione, anche se di non facile visibilità per chi è estraneo all’attività militare.
I monaci Olivetani, che avevano altri possedimenti sia rurali che urbani, cominciarono a insediarsi a Bertalia sin dalla prima metà del ’400, fino a che giunsero a possedere una tenuta di 200 tornature. La tenuta, che veniva chiamata come abbiamo detto “Serraglio di Bertalia” oppure anche “Bertalia all’acqua”, si estendeva verso la città fino all’antica osteria dell’Oca, nome che ancora oggi contrassegna una parte della zona fuori Porta Lame.
Nella prima metà del ’500 gli Olivetani decisero di costruire, come si diceva allora, un “casino di campagna” ove ritirarsi coniugando preghiera e riposo. L’incarico iniziale fu dato a Tibaldo Tibaldi, ma il lavoro fu portato a termine dai più celebri figli Domenico e Pellegrino. I Tibaldi lavorarono molto per i monaci, anche a San Michele in Bosco, impegnati fra l’altro nella costruzione del grandioso “loggione-dormitorio”. Purtroppo è invece andata perduta una grande pescheria, che era stata fatta in contemporanea con il grande edificio. Nell’inventario di Bertalia, redatto il 21 aprile 1623, leggiamo che il palazzo comprende: “cappelletta, refettorio, camera dei prelati, camera del badante, guardaroba, granaio, cantina; altre nove camere compresa quella del padre foraneo, quelle dei garzoni, ed infine i camerini dei carrioli e dell’olio”.
Uno dei problemi di questa residenza furono le ricorrenti esondazioni del Reno, che scorre a ovest a poche centinaia di metri. I monaci fecero rilevanti investimenti di arginature a sistemazione delle golene del fiume, ma ciò nonostante diverse volte le acque lambirono la bella Villa, senza però fare mai danni irreparabili. All’interno del “casino” e nell’oratorio vi erano anche pitture dei maestri Antonio Maria e successivamente Giovan battista Cremonini, oggi purtroppo andate perdute.
Nel 1644 la possessione di Bertalia fu interessata dalle scorrerie dell’esercito farnesiano, impegnato contro lo Stato della Chiesa nella guerra di Castro. Odoardo Farnese, duca di Parma, che aveva di se stesso e del suo piccolo Stato una considerazione molto al di sopra del reale, si impegnò in una guerra originata dai molti prestiti ottenuti dal Duca da Roma e mai onorati, e che avevano come garanzia il Ducato di Castro, feudo Farnesiano, che era un territorio nell’alto Lazio, (nella parte nord dell’attuale provincia di Viterbo), un territorio da cui erano originari i Farnese e soprattutto Alessandro, che divenne Papa Paolo III e che “inventò” il ducato di Parma e Piacenza facendone il regno della sua famiglia, che durò per due secoli.

La guerra fu combattuta in due fasi. Nel bolognese avvenne anche una battaglia a San Pietro in Casale. Finì tutto in maniera disastrosa per i Farnese, che persero Castro, che fu distrutta, e gli andò bene perché corsero il rischio di perdere pure il Ducato.
Tornando al nostro “serraglio”, i Farnese bivaccarono nella villa installandovi una compagnia di cavalleria e creando non pochi danni, per fortuna solo materiali. Nel XVIII secolo l’avvenimento più importante è qualcosa di più di un’alluvione, poiché il Reno sostanzialmente si sposta leggermente a est e mangia una fetta della proprietà, tant’è che, assestatosi definitivamente il letto del fiume, i monaci chiesero un’esenzione dalle tasse, vista la discreta diminuzione dell’area di loro proprietà.
Ma eccoci arrivati alla data fatale anche per il “serraglio” di Bertalia, come per il grande monastero di San Michele in Bosco: il 1798 e le soppressioni napoleoniche. I monaci Olivetani vengono cacciati, soppresso il grande convento che verrà trasformato in galera, portato via tutto quello che era asportabile, incamerati i pezzi più belli dai francesi e venduto il resto all’arrembante ceto emergente, che fece affari d’oro comprando a sottocosto un’enorme quantità di beni di vario genere. Anche la tenuta di Bertalia fu espropriata senza dare ai frati, legittimi proprietari, nemmeno una lira, e fu acquistata da un rappresentante del nuovo “generone”.
Da quel momento la vasta proprietà subisce una serie di frazionamenti e di cambiamenti di proprietà. Dopo di ciò, l’avvenimento più rilevante avviene con l’inizio del XX secolo quando, nel 1902, una parte dell’antico “serraglio” ospita un nuovo istituto pubblico, l’istituto Medico Pedagogico Emiliano per la cura e l’educazione dei frenastenici.
Si trattava di ammalati, molti giovani, afflitti da patologie psichiatriche caratterizzate da forti difficoltà di apprendimento, il tutto naturalmente con i parametri di allora. Ben cinquecento furono in media i ricoverati.
E si deve a questo insediamento se, fino a qualche decennio fa, ma ancora oggi, circolavano detti popolari purtroppo sgarbati e cattivi usati come presa in giro o insulto: “Non sarai mica un cretino di Bertalia?”. Oppure: “Da dove vieni? Da Bertalia?”.
Dopo il 1918 l’istituto smobilita. Intanto nella restante parte della possessione si erano installati i militari che, una volta smobilitato l’Istituto dei Frenastenici, ingloberanno pure quell’area. Dapprima l’antico “serraglio” diviene sede della Sanità militare. Rimanendo sempre area militare, passa prima all’esercito e poi, da ultimo, a sede di un distaccamento dei Carabinieri.

Va ripetuto come l’autorità militare in questi anni abbia sempre tenuto molto bene la bella costruzione cinquecentesca; resta però il rammarico della non conoscenza di questa importante testimonianza artistica e culturale da parte della città.
Anche la pubblicistica specializzata si è sempre occupata scarsamente di questo patrimonio, ad eccezione del compianto professore Oriano Tassinari Ciò che, nell’ambito di un lavoro sulla Parrocchia di Bertalia, scrisse un importante contributo di conoscenza da cui abbiamo in gran parte preso le notizie che qui abbiamo riportato.
Recentemente Manuela Rubbini ha proposto un nuovo e pregevole lavoro su Bertalia - “Bertalia fra acqua e cielo”, Costa Editore - a sua volta utilizzando in parte lo scritto di Tassinari Clò ed aggiungendo anche altri documenti di estremo interesse, ugualmente riportati in questo scritto.
Intorno alla villa si estendeva un giardino che poi confinava con la campagna. Il giardino ripeteva allargando lo schema quadrato della costruzione con vialetti siepi ed alberi, vi erano pure varie fontane.
Chi passasse per via Agucchi e osservasse il grigio e anonimo edificio che si prolunga per qualche centinaio di metri, fa certamente fatica ad immaginare il grande giardino, la bella villa con i suoi aerei loggiati e la campagna che finiva contro l’argine che cercava, a volte, di tenere a bada il Reno troppo impetuoso. Oggi oltre quelle mura, però, lo splendido palazzo dei Monaci Olivetani il “Serraglio di Bertalia” o “Bertalia all’acqua” c’è ancora; bisognerebbe cercare di farlo vedere a tutti.
E’ segno della civiltà e della cultura di un grande monastero, quello degli Olivetani di San Michele in Bosco, che segnò per secoli la storia di Bologna ed anche, come abbiamo visto, delle sue campagne, prima che un tempo matrigno, rapace ed ottuso, tentasse di cancellare tutto.
Come abbiamo visto San Michele in Bosco è risorto e pure il “serraglio”, per quanto nascosto, c’è ancora.